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In effetti, non saprei come definirmi. Per tanti anni ho fatto il fotoreporter, ma in realtà il mio stile fotografico è sempre in evoluzione. Mi appassiono quotidianamente a fotografi di ogni epoca che hanno fatto la storia della fotografia. Ogni giorno mi sorprendo di quanti fotografi hanno avuto la capacità di lasciare davvero un segno e fare emozionare con le loro immagini. Fotografi di ogni genere fotografico, ma principalmente quelli che hanno fatto della relazione con i soggetti e dello spazio che questi vivono, la loro arte. Solo per citarne qualcuno, Eugene Smith, Koudelka, Luigi Ghirri, Jim Goldberg, Steven Shore, William Eggleston, Robert Frank, Lucas Foglia, ma la lista è lunghissima… Alcuni ho avuto il piacere di conoscerli in questi 20 anni, con alcuni condividere anche esperienze forti, con altri fatte tante chiacchiere dietro un tè, una birra o in un campo profughi, altri invece li ho solo ammirati attraverso le loro Opere!

Questo è ciò che più mi entusiasma della fotografia. Apre costantemente infinite finestre su visioni diverse e mondi a volte lontani, ma spesso vicinissimi e che non sempre siamo in grado di vedere. Questo aiuta molto a crescere come fotografi, probabilmente anche come uomini, e sviluppare un senso dell’immagine sempre più evoluto e che poi si traduce nelle foto che il fotografo realizza. Questa ricerca costante nasce dalla necessità di evoluzione e di non rimane fermi a vecchi canoni e far si che le foto non siano mai uguali lavoro dopo lavoro. Questa ricerca è fondamentale per non cadere nella routine e in una sorta di catena di montaggio, con schemi che si ripetono all’infinito.

Io sinceramente, non credo di avere schemi. Forse perché me li dimenticherei, forse perché davanti ho sempre persone diverse e basta un gesto perché cambi tutto! Piuttosto che basarmi sugli schemi, preferisco lasciarmi guidare dalle emozioni, dalle atmosfere, dal rapporto unico che si crea con le persone con cui vivo determinati momenti. Fotografo di pancia. Si tende a dare una spiegazione a tutto, ma il fotografo probabilmente non sa perché fa determinate foto. E’ spesso guidato da un inconscio, da una linea sottile che unisce i suoi pensieri con le sue emozioni e le sue esperienze. Perché il fotografo è il risultato di tutte ciò che ha vissuto, delle persone che ha incontrato dei libri che ha letto, dei viaggi che ha fatto, degli errori che ha commesso. Il tutto dalla prospettiva privilegiata di dietro ad una macchina fotografica, perché tutto ciò verrà trasmesso nelle sue immagini. E il suo stile fotografico ne ha indubbiamente risentito e continuerà a risentirne finché avrà l’entusiasmo di conoscere cose nuove, che gli insegnino sfumature sempre diverse.

Non tutti i fotografi sono così, ovviamente. Ci sono quelli che continueranno sempre a fare le stesse cose, senza rendersi conto di essere diventati giurassici. Ma questo credo sia un problema più di chi lo sceglie, che si rassicura nel fatto di avere delle foto uguali ad altre mille che ha già visto!

Io invece, mi immagino novantenne con la macchina fotografica al collo a fare foto con l’entusiasmo di un ragazzino di vent’anni e in uno studio pieno di libri fotografici.

Si parlava all’inizio dello stile. Forse nella fotografia avere uno stile è proprio non averlo sfuggendo ad ogni definizione.

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